martedì 26 ottobre 2010

Giudabastard: Reja, hombre vertical


Ricordo Edy Reja in uno spogliatoio triste. Lui, con l’immancabile cicca accesa sul lato destro della bocca, appoggiato a un muro, parlava tranquillo e sorrideva amaro. In un altro angolo Gigi Lentini teneva il ghiaccio schiacciato su un fianco e piangeva a dirotto.
Era il 21 giugno del 1998 e il Toro aveva appena perso ai calci di rigore lo spareggio promozione con il Perugia di Luciano Gaucci. Mentre il “cavallaro” arringava una platea di giornalisti amici e concludeva la sua conferenza stampa tra gli applausi (!) noi tutti sapevamo com’erano andate le cose. Sapevamo quel che “calciopoli” avrebbe svelato otto anni dopo: il gioco era truccato. A quella partita il Toro ci era arrivato sì dilapidando una montagna di punti ma in questo era stato spinto da chi si era comprato tutto, ma proprio tutto, di quel campionato. E non mi riferisco ai giocatori... Storie di un altro calcio ? Forse, ma non ne sono così certo.
Edy Reja resta però uno dei volti sicuramente puliti del pallone. Uno che dice le cose come stanno e che non si nasconde: in una bella intervista rilasciata ai tempi a Emanuele Gamba ammise anche di essere stato affascinato dalle sirene berlusconiane, ma di essersene allontanato rapidamente: «Quello lì, non fa per me».
Uno che ama la sua terra, la buona cucina e con il quale si può parlare di tutto, non solo di pallone. Quell’anno disse anche che se il Toro non fosse salito in serie A, avrebbe smesso con il calcio.
Sono felice che non lo abbia fatto e ora sono felice che stia guardano tutti dall’alto in basso. Anche nel mondo idiota e conformista del pallone, forse, un po’ di speranza c’è.

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