lunedì 14 settembre 2009

Giudabastard: i respingimenti, una immane porcata

Sono varie le ragioni per le quali non tifo per la riconferma di Dario Franceschini alla segreteria del Pd. Una di queste è rappresentata dal composito gruppo di persone che anima la sua candidatura a partire dal coordinatore della sua mozione e già segretario dei Ds Piero Fassino.
Un uomo, quest’ultimo, che rappresenta la quintessenza di quell’essere concavi del quale parlavo il due settembre, interprete di una politica incapace di contrastare il vento di destra che soffia nel paese e che altro non sa fare se non proporre sgangherate interpretazioni “democatriche” alle parole d’ordine reazionarie della B&B band.
Ora che anche l’Onu, non un gruppo di comunisti ideologici (locuzione spesso usata da Fassino) è arrivata alla logica conclusione che i respingimenti in mare violano i più elementari diritti umani, spero si possa dire senza il timore di incorrere nelle ire di grissino che ricacciare barche cariche di disperati è una immane porcata.
Una immane porcata. E spero che il prossimo segretario del Pd, chiunque sia, non abbia paura ad urlarlo correndo anche il rischio di perdere qualche voto.

domenica 13 settembre 2009

Giudabastard: tasselli a posto...

La buona notizia è che i tasselli, lentamente, stanno tornando al loro posto, quella cattiva è che qualcuno se ne dispiacerà. Dunque, Francesco Rutelli ha lasciato intendere che il suo progetto è un Kadima in salsa italiana con Casini e probabilmente con Fini, disegno che poi altro non sarebbe se non il famoso polo di centro. E’ auspicabile che questo accada davvero, ponendo fine all’equivoco di fondo del Pd, partito nel quale le diverse culture non si sono mai amalgamante e che resta (come dimostra Rutelli) partito troppo a sinistra per conquistare il cosiddetto elettorato moderato e troppo al centro e debole sulle questioni della laicità per convincere gli elettori di sinistra. Se Kadima Italia vedrà la luce, ognuno potrà tornare a fare il proprio mestiere e il centro-sinistra, abbandonate velleitarie posizioni di autosufficienza, potrà anche sperare di tornare al governo. Magari non saranno bellissime a vedersi, ma le due gambe sono le sole che hanno consentito al tavolo centro-sinistra di stare in piedi.

martedì 8 settembre 2009

Giudabastard: l'onore di Donadoni

Ha raccolto una squadra presuntuosa e in cocci e nella quale i due elementi più importanti hanno dato immediato forfait. Ignorando l’ombra sempre presente del predecessore, ha comunque condotto quella squadra fino agli Europei arrivando primo in un girone di qualificazione che certo non era una passeggiata. A Euro 2008 ha conquistato la qualificazione ai quarti soffiando il posto alla Francia e infine si è arreso solo contro la Spagna (futura campione) ma ai calci di rigori e avendo sfiorato la vittoria nei tempi regolamentari. La sua colpa ? La squadra giocava male. In effetti, viste la Confederation e la gara con la Georgia, tutta un’altra storia...

domenica 6 settembre 2009

Giudabastrd: killer e partigiani

L’ipocrisia più grave, credo, è quella di chi nasconde la propria partigianeria dietro una apparente neutralità della quale il principale quotidiano torinese fornisce oggi una mirabile dimostrazione. Mentre il mondo cattolico è in rivolta per il killeraggio ordito ai danni dell’ex direttore di “Avvenire”, a pagina sei de “La Stampa” un articolo ci avverte invece di quanto i vescovi si sentano al sicuro con questo Governo - libera interpretazione di una dichiarazione del numero due della Cei. Ma il vero capolavoro il giornale di Mario Calabresi lo compie nella pagina accanto, dove pubblica con grande risalto un’intervista all’ex direttore generale della Rai Biagio Agnes: «Le campagne per la libertà di stampa –ci avverte- non fanno che rafforzare il cavaliere». Certo, il silenzio sarebbe molto meglio, lo stesso silenzio che Agnes apprezzava quando con polso fermo lottizzava ogni stanzino della Rai. Dunque, perché stupirsi delle mosse del Cavaliere ? Sfortunatamente per Agnes, -e per il direttore Calabresi- qualcuno che si sorprende ancora c’è e magari scende anche in piazza. Il 19, a Roma, per libertà di informare.

sabato 5 settembre 2009

Giudabastard: conversioni

Forse per antico pudore o, più probabilmente, per ancor più antico rispetto della libertà individuale, ho sempre considerato il rapporto con la fede, qualunque fede, come un qualcosa di assolutamente privato. Non espongo le mie convinzioni al proposito se non interrogato e altrettanto rispetto nutro verso le opinioni altrui. Anche per questo ho sempre diffidato delle pubbliche conversioni, che generano spesso strani e pericolosi intrecci di fanatismo e religione. Non cambierà quindi il mio giudizio politico su Sergio Chiamparino né il mio giudizio etico su Enzo Jannacci per il fatto che abbiano intrapreso un personale cammino di avvicinamento alla fede.
Lo cambia, un po’ il fatto che abbiano deciso di renderlo pubblico.

venerdì 4 settembre 2009

Giudabastard: la domenica della salma...

In un paese che non è l’Italia, in un continente che non è l’Europa, in un tempo che non è il Ventunesimo Secolo, un bizzarro signore a capo del governo, di tutte le televisioni del reame e anche e di alcuni giornali, è molto infastidito dal comportamento di un certo giornalista.
Non sa come liberarsene e così qualche suddito sollecito –udita l’irritazione del capo- provvede a confezionare una serie di notizie false sul giornalista in questione: frocio e molestatore (il campionario delle infamie non conosce fantasia nemmeno in tempi e luoghi lontani dall’Italia).
Il giornale del capo, casualmente intercettate le notizie, le pubblica con grande risalto sulla sua prima pagina. Il capo si duole del fatto ma lui, dice, non ne sapeva nulla e qualcuno lo pensa sincero.
Alla fine della storia restano il capo, il suo foglio e il foglio di dimissioni del giornalista.
Era una domenica, la domenica delle salme.
P.S. Ogni riferimento a fatti e persone del tempo presente è puramente casuale. Questo blog non può permettersi il pagamento di querele.

giovedì 3 settembre 2009

Giudabastard: sveglia, Pisolo...

Si diceva ieri di convessi. E’ stato il miglior amico di Pannella e poi il sindaco di Roma più papalino dalla breccia di Porta Pia. Dopo, il candidato premier (trombato) del centro-sinistra e poi ancora il ri-candidato (trombato) sindaco di Roma del Pd. Siccome si dice rappresenti un’anima importante del centrosinistra, siccome potrebbe fuggire con Casini -e Dio non voglia- lo hanno messo a guardia dei servizi segreti. Nulla di strano è accaduto –ci ha rassicurato lui- nella vicenda Boffo- “Il Giornale” e al Comitato di Controllo sui Servizi non è arrivata alcuna segnalazione di attività irregolare. Dunque, possiamo dormire sonni tranquilli, su di noi veglia Pisolo, ottavo Re di Roma.

mercoledì 2 settembre 2009

Giudabastard: concavi e convessi

C’era una volta una politica fatta da uomini come Enrico Berlinguer e Luciano Lama: personaggi che oggi si definirebbero “ideologici”, in realtà, persone convesse. Politici che, colta magari la difficoltà del momento, sapevano camminare controvento per indicare una strada a chi aveva voglia di vedere un altrove diverso e poi capitava anche che molti li seguissero....
Oggi è invece il tempo dei concavi: chi dalla realtà si fa penetrare senza opporvi resistenza, modellandosi come un guanto all’ignoranza dilagate del paese. Chi accetta per vera la vulgata dominante senza neppure provare a confutarla con l’evidenza dei fatti.

martedì 1 settembre 2009

Benvenuto, Giudabastard

Giüdabastard. Tradotto letteralmente altro non sarebbe che una generica imprecazione contro il più traditore tra gli apostoli. Chiunque abbia vissuto anche un solo mese a Torino sa però che quella parola, pronunciata con quel tono a metà tra lo stupore e l'ironia, possiede in realtà ben altre accezioni.
È l'aggettivo con il quale si sottolinea la sparata fuori misura del bauscia di turno.
È la parola che testimonia il divertito stupore per quella cosa che si riteneva impossibile e che invece, sì, è successa davvero. Per dire, l'esclamazione che dev'essere uscita dalla bocca di mio padre quel giorno che Roberto Maltagliati -indimenticato difensore granata- mise per la prima e unica volta la palla alle spalle di un portiere avversario. In quella del Toro, purtroppo, gli era già capitato...
Ma giüdabastard è anche il modo per esprimere senza dare troppo nell'occhio la preoccupazione per quelle cose che stanno scivolando via: valori, idee, parole. In tempi nei quali molto pare scivolare via, "giüdabastard" sarà l'imprecazione quotidiana, o quasi, dedicata a chi non si arrende all'ignoranza dei tempi. Dieci righe, non di più. Per non annoiare e perché le imprecazioni non la fanno mai lunga.

domenica 5 luglio 2009

Solo il fato li vinse...



Alcuni anni fa, dieci per l'esattezza, il giornale "L'Adige" di Trento mi chiese un pezzo per ricordare i cinquant'anni della tragedia di Superga. Vi ripropongo quello che ne venne fuori, convinto che anche il calcio sia importante a tenere vivi i fili della memoria.


Buona lettura.




Chissà se si saranno mai incontrati lassù. Chissà cosa si saranno detti i due aviatori di una storia tremenda. Sarebbe bello pensarli ora abbracciati, in un abbraccio di vita finalmente, come vita è quella di chi solca i cieli e i prati verdi dei campi di calcio.
Ci sono coincidenze strane e curiose che forse solo gli anniversari aiutano a ricordare. Cinquant’anni dopo Superga tutti ricordano a memoria i nomi dei diciotto campioni granata portati via dallo schianto. Molti, i nomi dei tecnici e giornalisti a bordo. Pochi o nessuno, probabilmente, ricordano invece il nome di chi stava al comando del trimontore “I-Elce” che alle 17,05 del 4 maggio 1949 urtò con l’ala di destra il terrapieno della basilica di Superga.
Chi non lo sa, si tenga forte. Chi già conosce questa vicenda, rifletta ancora una volta sui pallonetti crudeli della storia.
Meroni Luigi, si chiamava il capitano dell’aereo che partendo da Lisbona si portò via i sogni di un’intera generazione. Meroni Luigi, si chiamava l’ala destra del Torino, investito a morte da un’auto diciotto anni dopo Superga.
Del capitano Meroni le cronache del tempo raccontano fosse pilota di provata fama, freddo, ragionatore, istruttore di volo in condizioni di scarsa visibilità. Del Luigi Meroni calciatore tutto o quasi si sa. Si sa della sua chioma disordinata, del suo vestirsi eccentrico, e si sa soprattutto del suo straordinario modo di stare in campo che ne ha fatto il più geniale e talentuoso giocatore che abbia mai vestito la maglia granata.
Sono le traiettorie strane disegnate dal pallone della storia e che racconta di una squadra, il Toro, che nella sua vicenda quasi centenaria ha sbattuto molto più spesso contro i pali della vita che contro quelli dei campi di calcio.
Nel cinquantesimo anniversario della più crudele sciagura della storia dello sport italiano, è difficile dribblare il rischio della retorica nel parlare del Grande Torino. Ci vorrebbe la classe di Valentino Mazzola, la potenza di Ezio Loik, la poesia di Valerio Bacigalupo e la scaltrezza di Guglielmo Gabetto. Ma non è colpa di nessuno se tutte queste cose insieme, da quel tragico Quattro Maggio 1949, non si sono mai più viste. E se la storia di un aereo caduto è diventata prima leggenda e poi fiaba, è bello non spezzare l’incantesimo che dice ancora oggi ai più piccoli di una squadra di invincibili. Nella memoria sportiva restano quattro scudetti vinti, cento partite senza sconfitte, ottantanove vittorie e undici pareggi, trecentosessantatrè gol fatti e appena ottanta subiti.
Ma il Grande Torino morto a Superga non è stato solo questo e la sua memoria, fortuna o condanna che sia, non è solo sportiva.
E’ un insieme di cose difficile da spiegare, ma che è carne della carne della storia d’Italia. Perché quella straordinaria serie di vittorie, il cui eco arrivò in ogni angolo del mondo, fu il primo forte segnale di vita di un paese appena uscito dalla guerra. Per contrastare questa tesi, certo, si potrebbe almanaccare sulle epiche sfide tra Coppi e Bartali, sul Tour che il “ginettaccio” vinse pochi giorni dopo l’attentato a Togliatti , ma sempre lì, fatalmente, si ritorna. Perché Bartali era democristiano e il simbolo dell’Italia che andava conquistando il potere. Coppi, invece, malinconico e tifoso del Toro, il simbolo dell’Italia operaia che il potere non lo vedrà mai pur vincendo molte partite.
E sarà anche curioso a dirsi, ma il Grande Torino, pur essendo la squadra più vincente che si ricordi, non fu mai squadra di potere. Valentino Mazzola e Ezio Loik, nei primi anni di militanza granata, ritiravano ogni mese lo stipendio da Giovanni Agnelli perché ogni giorno prendevano posto sotto ai capannoni di Mirafiori. Gabetto e Ossola, invece, gestivano insieme un bar nel centrale corso Vittorio Emanuele e per tutti il calcio, quello spensierato e ingenuo sport, altro non era che un semplice divertimento. Così, non è difficile capire perché nelle gesta di Mazzola e Gabetto si identificasse quella parte di nazione che continuava a inseguire i sogni non spenti neppure dal 18 aprile 1948.
L’Italia che lavora, come dice la canzone, la sola capace di provare passioni grandi e dilanianti. Le trecentomila persone che in un silenzio irreale seguirono lungo le vie del centro della città i funerali del Grande Torino, erano le stesse che nella stessa città, il 25 Aprile 1945, festeggiarono in un frastuono irreale la Liberazione. Diego Novelli, per dieci anni sindaco di Torino e attento osservatore dei fenomeni della città, dice ancora oggi che la festa del 16 Maggio 1976, quando il Torino riconquistò lo scudetto ventisette anni dopo Superga, fu la più grande dalla Liberazione.
Forse esagera il vecchio sindaco comunista, ma certo non sbaglia nei richiami ideali.
Valentino Mazzola e compagni morirono a Superga nel 1949. Dopo, arrivò l’Italia del boom che viaggiava in “Seicento”, i mercanti entrarono lentamente nel tempio dello sport e come sia finita la vicenda tutti lo sappiamo. Nulla avrebbe potuto cambiare questa evoluzione, nemmeno un placido atterraggio al campo di volo di Torino il 4 Maggio 1949.
Resta però, per chi ci crede, il fascino e la poesia di quei due aviatori che volano con coraggio e che certo adesso, da qualche parte, staranno ridendo. Rideranno loro e i diciotto campioni vinti solo dal destino perché se il calcio, e la vita, possono ancora essere coniugati con il verbo “essere” e non solo con l’avido “avere”, è anche merito loro.
Basta chiudere gli occhi, allacciare le cinture e pensare ai Piccoli Principi della nostra fantasia.

sabato 4 luglio 2009

Le radici che cercano le ali...

La prima volta che sono sceso in piazza c’era un faccione in cartapesta di Reagan e un manifesto con su scritto “Yankee go-home”.
La prima volta che sono sceso in piazza c’erano al governo Craxi, Andreotti e Forlani.
E Cirino Pomicino, sempre lui.
La prima volta che sono sceso in piazza me la ricordo bene. Avevo quindici anni, era aprile, il 21 aprile del 1986 e gli americani avevano appena bombardato Tripoli e Bengasi: volevano uccidere Gheddafi.
La prima volta che sono sceso in piazza sembra un secolo fa.
Dopo Gheddafi, sono venuti Chernobyl e i bambini intossicati dal nucleare, la Pantera e le notti insonni a Palazzo Nuovo, le bombe chirurgiche di Baghdad e i fascisti al governo.
Sono venuti, se ne sono andati e sono ritornati...
E’ venuto davvero tutto dalla prima volta che sono sceso in piazza, senza però che sia mai cambiata la mia parte.
Perché, perché non mi sposterò mai da questa parte l’ho capito una sera di primavera di qualche anno fa.
Una porta si apre e un sorriso solare mi accoglie. Gli occhi vispi di una donna anziana mi scrutano. Quegli occhi, lo so, hanno visto tutto. La fame e la guerra, la Resistenza e la Liberazione, la speranza e la delusione. La gioia e il dolore.
Sono gli occhi di una partigiana che mi accoglie in casa per una breve intervista sulla Resistenza.
L’ora, la ricordo bene. Erano le sette della sera perché proprio in quel momento scorrono i titoli di testa del Tg 3. “Un gruppo di neonazisti ha dato alle fiamme una casa di immigrati a Rostock. Si contano numerose vittime, tra loro, donne e bambini”- dice la collega.
La domanda della donna è fulminante: “Ma allora dimmi, sai dirmi a cosa è servito tutto quel che abbiamo fatto se succedono ancora queste cose?”
Avrei voluto parlarle dei cortei contro gli yankee e delle notti insonni della Pantera, del nostro ingenuo modo di stare al mondo, ma non dissi nulla.
E oggi che mi guardo indietro e vedo le cose e come sono cambiate, bacio quel silenzio.
Anni dopo, quando su un giornale lessi che quella partigiana era morta, portai una rosa rossa sulla sua tomba. Una rosa rossa con quattro sole parole: “Grazie per la libertà”.
Quella partigiana si chiamava Pinuccia Scotti-Valsasna e alla sua memoria vorrei dedicare queste testimonianze, queste parole.
Che gli occhi attenti e vispi di uomini e donne forti facciano crescere altre generazioni.
Perché senza uomini e donne di valore, neppure la vita può avere valori.