domenica 5 luglio 2009

Solo il fato li vinse...



Alcuni anni fa, dieci per l'esattezza, il giornale "L'Adige" di Trento mi chiese un pezzo per ricordare i cinquant'anni della tragedia di Superga. Vi ripropongo quello che ne venne fuori, convinto che anche il calcio sia importante a tenere vivi i fili della memoria.


Buona lettura.




Chissà se si saranno mai incontrati lassù. Chissà cosa si saranno detti i due aviatori di una storia tremenda. Sarebbe bello pensarli ora abbracciati, in un abbraccio di vita finalmente, come vita è quella di chi solca i cieli e i prati verdi dei campi di calcio.
Ci sono coincidenze strane e curiose che forse solo gli anniversari aiutano a ricordare. Cinquant’anni dopo Superga tutti ricordano a memoria i nomi dei diciotto campioni granata portati via dallo schianto. Molti, i nomi dei tecnici e giornalisti a bordo. Pochi o nessuno, probabilmente, ricordano invece il nome di chi stava al comando del trimontore “I-Elce” che alle 17,05 del 4 maggio 1949 urtò con l’ala di destra il terrapieno della basilica di Superga.
Chi non lo sa, si tenga forte. Chi già conosce questa vicenda, rifletta ancora una volta sui pallonetti crudeli della storia.
Meroni Luigi, si chiamava il capitano dell’aereo che partendo da Lisbona si portò via i sogni di un’intera generazione. Meroni Luigi, si chiamava l’ala destra del Torino, investito a morte da un’auto diciotto anni dopo Superga.
Del capitano Meroni le cronache del tempo raccontano fosse pilota di provata fama, freddo, ragionatore, istruttore di volo in condizioni di scarsa visibilità. Del Luigi Meroni calciatore tutto o quasi si sa. Si sa della sua chioma disordinata, del suo vestirsi eccentrico, e si sa soprattutto del suo straordinario modo di stare in campo che ne ha fatto il più geniale e talentuoso giocatore che abbia mai vestito la maglia granata.
Sono le traiettorie strane disegnate dal pallone della storia e che racconta di una squadra, il Toro, che nella sua vicenda quasi centenaria ha sbattuto molto più spesso contro i pali della vita che contro quelli dei campi di calcio.
Nel cinquantesimo anniversario della più crudele sciagura della storia dello sport italiano, è difficile dribblare il rischio della retorica nel parlare del Grande Torino. Ci vorrebbe la classe di Valentino Mazzola, la potenza di Ezio Loik, la poesia di Valerio Bacigalupo e la scaltrezza di Guglielmo Gabetto. Ma non è colpa di nessuno se tutte queste cose insieme, da quel tragico Quattro Maggio 1949, non si sono mai più viste. E se la storia di un aereo caduto è diventata prima leggenda e poi fiaba, è bello non spezzare l’incantesimo che dice ancora oggi ai più piccoli di una squadra di invincibili. Nella memoria sportiva restano quattro scudetti vinti, cento partite senza sconfitte, ottantanove vittorie e undici pareggi, trecentosessantatrè gol fatti e appena ottanta subiti.
Ma il Grande Torino morto a Superga non è stato solo questo e la sua memoria, fortuna o condanna che sia, non è solo sportiva.
E’ un insieme di cose difficile da spiegare, ma che è carne della carne della storia d’Italia. Perché quella straordinaria serie di vittorie, il cui eco arrivò in ogni angolo del mondo, fu il primo forte segnale di vita di un paese appena uscito dalla guerra. Per contrastare questa tesi, certo, si potrebbe almanaccare sulle epiche sfide tra Coppi e Bartali, sul Tour che il “ginettaccio” vinse pochi giorni dopo l’attentato a Togliatti , ma sempre lì, fatalmente, si ritorna. Perché Bartali era democristiano e il simbolo dell’Italia che andava conquistando il potere. Coppi, invece, malinconico e tifoso del Toro, il simbolo dell’Italia operaia che il potere non lo vedrà mai pur vincendo molte partite.
E sarà anche curioso a dirsi, ma il Grande Torino, pur essendo la squadra più vincente che si ricordi, non fu mai squadra di potere. Valentino Mazzola e Ezio Loik, nei primi anni di militanza granata, ritiravano ogni mese lo stipendio da Giovanni Agnelli perché ogni giorno prendevano posto sotto ai capannoni di Mirafiori. Gabetto e Ossola, invece, gestivano insieme un bar nel centrale corso Vittorio Emanuele e per tutti il calcio, quello spensierato e ingenuo sport, altro non era che un semplice divertimento. Così, non è difficile capire perché nelle gesta di Mazzola e Gabetto si identificasse quella parte di nazione che continuava a inseguire i sogni non spenti neppure dal 18 aprile 1948.
L’Italia che lavora, come dice la canzone, la sola capace di provare passioni grandi e dilanianti. Le trecentomila persone che in un silenzio irreale seguirono lungo le vie del centro della città i funerali del Grande Torino, erano le stesse che nella stessa città, il 25 Aprile 1945, festeggiarono in un frastuono irreale la Liberazione. Diego Novelli, per dieci anni sindaco di Torino e attento osservatore dei fenomeni della città, dice ancora oggi che la festa del 16 Maggio 1976, quando il Torino riconquistò lo scudetto ventisette anni dopo Superga, fu la più grande dalla Liberazione.
Forse esagera il vecchio sindaco comunista, ma certo non sbaglia nei richiami ideali.
Valentino Mazzola e compagni morirono a Superga nel 1949. Dopo, arrivò l’Italia del boom che viaggiava in “Seicento”, i mercanti entrarono lentamente nel tempio dello sport e come sia finita la vicenda tutti lo sappiamo. Nulla avrebbe potuto cambiare questa evoluzione, nemmeno un placido atterraggio al campo di volo di Torino il 4 Maggio 1949.
Resta però, per chi ci crede, il fascino e la poesia di quei due aviatori che volano con coraggio e che certo adesso, da qualche parte, staranno ridendo. Rideranno loro e i diciotto campioni vinti solo dal destino perché se il calcio, e la vita, possono ancora essere coniugati con il verbo “essere” e non solo con l’avido “avere”, è anche merito loro.
Basta chiudere gli occhi, allacciare le cinture e pensare ai Piccoli Principi della nostra fantasia.

2 commenti:

  1. Molto bello Stefano.
    Complimenti e buon blog.

    RispondiElimina
  2. Buon blog anche da me, di fronte a tanta eccellenza calcistica uno juventino di antica data non può che commuoversi. Giorgio.

    RispondiElimina