La prima volta che sono sceso in piazza c’era un faccione in cartapesta di Reagan e un manifesto con su scritto “Yankee go-home”.
La prima volta che sono sceso in piazza c’erano al governo Craxi, Andreotti e Forlani.
E Cirino Pomicino, sempre lui.
La prima volta che sono sceso in piazza me la ricordo bene. Avevo quindici anni, era aprile, il 21 aprile del 1986 e gli americani avevano appena bombardato Tripoli e Bengasi: volevano uccidere Gheddafi.
La prima volta che sono sceso in piazza sembra un secolo fa.
Dopo Gheddafi, sono venuti Chernobyl e i bambini intossicati dal nucleare, la Pantera e le notti insonni a Palazzo Nuovo, le bombe chirurgiche di Baghdad e i fascisti al governo.
Sono venuti, se ne sono andati e sono ritornati...
E’ venuto davvero tutto dalla prima volta che sono sceso in piazza, senza però che sia mai cambiata la mia parte.
Perché, perché non mi sposterò mai da questa parte l’ho capito una sera di primavera di qualche anno fa.
Una porta si apre e un sorriso solare mi accoglie. Gli occhi vispi di una donna anziana mi scrutano. Quegli occhi, lo so, hanno visto tutto. La fame e la guerra, la Resistenza e la Liberazione, la speranza e la delusione. La gioia e il dolore.
Sono gli occhi di una partigiana che mi accoglie in casa per una breve intervista sulla Resistenza.
L’ora, la ricordo bene. Erano le sette della sera perché proprio in quel momento scorrono i titoli di testa del Tg 3. “Un gruppo di neonazisti ha dato alle fiamme una casa di immigrati a Rostock. Si contano numerose vittime, tra loro, donne e bambini”- dice la collega.
La domanda della donna è fulminante: “Ma allora dimmi, sai dirmi a cosa è servito tutto quel che abbiamo fatto se succedono ancora queste cose?”
Avrei voluto parlarle dei cortei contro gli yankee e delle notti insonni della Pantera, del nostro ingenuo modo di stare al mondo, ma non dissi nulla.
E oggi che mi guardo indietro e vedo le cose e come sono cambiate, bacio quel silenzio.
Anni dopo, quando su un giornale lessi che quella partigiana era morta, portai una rosa rossa sulla sua tomba. Una rosa rossa con quattro sole parole: “Grazie per la libertà”.
Quella partigiana si chiamava Pinuccia Scotti-Valsasna e alla sua memoria vorrei dedicare queste testimonianze, queste parole.
Che gli occhi attenti e vispi di uomini e donne forti facciano crescere altre generazioni.
Perché senza uomini e donne di valore, neppure la vita può avere valori.
sabato 4 luglio 2009
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La prima volta in piazza tu eri accanto a me
RispondiEliminaLo facevo per mio padre e le sue mani da operario , per mio nonno che aveva perso il lavoro rifiutandosi di fare la tessera fascita pet me per la mia vita su quattro ruote che più che libera voleva essere fiera Tante sono state le utopie cadute e ho capito che le delusioni politiche di mio padre avevano ragioni vere e profonde ma a distanza di anni penso ci sia ancora molto da fare e mio padre forse in quel caso aveva torto o forse lui era ancora da quella parte della piazza lo faceva sotto voce gli anni gli hanno fiaccato il coraggio mi ha passato un'eredità pesante ma ad oggi indispensabile forse più oggi che allora
Un abbraccio mio Compagno di viaggio! Monica